La parola coach deriva dall’antica parola francese coche che significa “carro di grandi dimensioni”. Nell’Ottocento all’Università di Oxford gli studenti chiamavano in gergo coach un assistente che li “trasportava” lungo il percorso di studio fino al buon esito di un esame. Da lì nacque l’uso del termine nella scuola, poi diffuso nello sport e negli altri ambiti.
Un percorso di coaching è ancora molto simile alla sua origine, è caratterizzato da un obiettivo preciso: il cliente (individuo o gruppo) ha una meta e il coach l’aiuta a raggiungerla. Questa è la base del contratto che si stipula insieme.
Il coach aiuta il cliente a identificare quali sono gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento della meta, e a porsi domande come queste, e a trovare le risposte:
quali sono i dati realtà?
la mia meta è realistica?
è raggiungibile?
che ruolo ricopro in questo percorso?
ci sono cose che bisogna imparare prima di raggiungerla?
ho già cominciato il mio cammino o l’ho solo immaginato?
ci sono dei momenti in cui mi blocco e non vado avanti?
cosa dipende da me?
e cosa dipende dall’ambiente, dagli altri, dalle circostanze?
quando mi distraggo?
quando mi scoraggio?
quando mi entusiasmo?
con cosa mi ricarico?
che risorse uso quando le cose mi vengono spontaneamente bene?
posso usarle anche qui?
Il percorso di coaching è una presa di consapevolezza della realtà e delle nostre potenzialità e abilità, spesso ignorate perché troppo familiari e scontate, come non vedere più il verde dell’albero davanti casa.
Il coaching mi piace perché è fatto di concretezza e di focalizzazione dell’attenzione. E poi mi chiamo Carrera, che deriva sempre da coche (i miei avi ferravano cavalli e riparavano carri), come potrei non essere coinvolta?